EPICONDILITE NEL CLIMBER

Uno degli acciacchi invalidanti più frequenti è senza dubbio il dolore al gomito derivante dall’epicondilite.

Uno degli acciacchi invalidanti più frequenti è senza dubbio il dolore al gomito derivante dall’epicondilite. Ovvero una sindrome dolorosa di natura infiammatoria/fibroblastica vascolare dell’inserzione e a volte dei ventri muscolari dei muscoli estensori del carpo e delle dita, che si attaccano all’ epicondilo, una struttura ossea del gomito. Molti pensano che tutti i dolori al gomito siano epicondiliti, purtroppo o per fortuna non è così. Infatti ci sono molte strutture anatomiche, ovvero ossa articolazioni, legamenti tendini e muscoli e tutte si possono infiammare o lesionare, seppur più raramente dell’epicondilo.

Il primo passo da fare quando il gomito fa male è fare una corretta diagnosi scoprendo quale tra le tante è la struttura anatomica infiammata o lesa. Solo allora si potrà valutare la gravità, la durata e le cause. Con questi dati si potrà impostare una terapia ragionata, invece che casuale. Purtroppo,l’approccio medico verso il climber è del tipo “Smetta di arrampicare! Soprattutto senza usare guanti di protezione…” e infatti l’epicondilite nel climber viene spesso definita “gomito del tennista”… senza considerare la molteplicità di varietà che tale patologia presenta e la diversità del gesto atletico rispetto al tennista, che obbligano ad un diverso trattamento. Forse è per questo che tra i climber si è diffusa la leggenda metropolitana secondo cui le epicondiliti non possono essere curate

 

QUALI SONO I PAZIENTI TIPO?

L’ epicondilite è una patologia molto diffusa, infatti il 3-5% della popolazione generale va incontro ad un’epicondilite nel corso della vita. Tale percentuale aumenta fino al 15% in alcune categorie più a rischio, ad esempio lavori manuali pesanti, carpentieri meccanici etc, ma colpisce anche stiratrici ed utilizzatori di mouse. Ovviamente chi è nell’ambiente da un pò avrà osservato che la percentuale di climber, che nel corso della propria carriera arrampicatoria va incontro a un’epicondilite è molto più alta di 15 arrampicatori su 100.

 

 

PERCHE’ VIENE?

A vista può stupire che l’epicondilite sia così diffusa tra i climber, poiché sull’ epicondilo, come si vede in figura, si inseriscono i muscoli estensori; mentre i flessori, molto più impegnati in arrampicata, si inseriscono sull’epitroclea che invece è meno interessata da problematiche di sovraccarico.

Il problema è che gli estensori sono muscoli poco potenti rispetto alla richiesta funzionale derivante dall’arrampicata, oltre a essere in genere poco o male allenati e poco curati.

Inoltre bisogna considerare l’evoluzione della biomeccanica del gomito nella specie umana. Nell’evoluzione della nostra specie da animaletti quadrupedi a Homus Climber vi è stato un passaggio fondamentale avvenuto passando dalla postura quadrupede a quella bipede: gli arti superiori non più occupati sostenere il peso del corpo sul terreno sono divenuti utilizzabili per portare degli oggetti. La morfologia e la conseguente biomeccanica ovviamente hanno seguito la legge del risparmio energetico e gli arti superiori con le loro ossa, articolazioni e muscoli si sono specializzati per portare oggetti pesanti nel modo meno faticoso.

Quando arrampichiamo  dobbiamo estendere il polso sovraccaricando gli estensori e lo facciamo troppo spesso a gomito flesso, e quindi l’inserzione degli estensori lavora male ed è più soggetta a sovraccarichi e infiammazioni.

 

COME GUARITE DALL’EPICONDILITE?

Per prima cosa bisogna capire se è veramente un’epicondilite e inquadrare precisamente che tipo di epicondilite c’è oltre a capire in che stadio e cosa la ha scatenata. Solo così si può impostare un corretto piano terapeutico e iniziare a seconda del tipo un trattamento integrato con fisioterapia, esercizi specifici, o in casi estremi interventi chirurgici.

Una metodica che utilizzo nel mio studio per questo tipo di problematiche è la Manipolazione Fasciale Metodo Stecco , tecnica che lavora sulla fascia.

La fascia è una membrana che si stende su tutto il corpo immediatamente sotto la pelle. Relegata da sempre alla mera funzione di contenzione e riempimento svolge la funzione di collegare e coordinare un’articolazione con l’altra, sincronizzando l’azione di ciascuna parte del corpo con il tutto. Si espande all’interno del muscolo con il perimisio e con l’endomisio. Queste espansioni trasmettono alla fascia profonda la contrazione della singola fibra muscolare. In conseguenza di tali collegamenti la fascia diventa il direttore di orchestra che sincronizza il crescendo di alcuni muscoli e il diminuendo di altri. Il risultato di questa armonia è il gesto motorio.

Spesso a causa di traumi, movimenti ripetitivi e sovraccarichi di allenamento può crearsi una  densificazione della fascia ovvero un accumulo di fibre neocollagene prodotte dalla fascia per riparare le lesioni dovute a eccessive sollecitazioni meccaniche, chimiche e traumatiche. Questa riparazione o compenso serve a dare un precario equilibrio all’organismo. L’omeostasi che ne deriva non è fisiologica per cui spuntano alterazioni strutturali e funzionali, nonché sindromi dolorose. La causa, non è da ricercare nell’area di manifestazione sintomatica, ma nella Fascia. Questo è un vantaggio dal punto di vista terapeutico perché la fascia si può manipolare. L’osso, il muscolo, il nervo non sono malleabili dall’esterno, non sono deformabili».

Nel mentre vanno pianificate le sedute di allenamento che spesso risultano eccessive.

Inizialmente il consiglio è la diminuzione del carico abituale e sostituirlo con delle sedute al trave tali per cui il suo dolore rimaneva leggero ed eventualmente si risolveva nell’arco di poche ore dopo l’allenamento (aumento della capacità di carico). Inoltre 3 volte a settimana  fare esercizi specifici di rinforzo dei muscoli estensori della mano .

In una tendinopatia, lo scopo di un esercizio ad alta intensità (per alta intensità si intende generalmente più del 70% del massimale) è dare una stimolazione al tendine, tale da indurre una reazione di adattamento.

Questo non influenza realmente la porzione tendinea sofferente, che sembra essere in certi casi poco recuperabile, ma piuttosto rinforza la parte ancora sana del tendine, rendendolo pronto alle richieste cui lo sottoponiamo con la nostra attività sportiva. In una tendinopatia carichiamo il tendine e soprattutto lo facciamo in maniera seria. Il dosaggio è un ingrediente fondamentale per il recupero. Per darvi un’idea di cosa sia il 70-80% del vostro massimale potete provate a individuare il carico, per quello specifico esercizio, che vi permetterà di fare 7-8 movimenti, senza che possiate concludere la nona ripetizione.

Nella riabilitazione di un problema muscolo-scheletrico, è fondamentale valutare tutti i distretti che coadiuvino l’azione della struttura sofferente. Parlando di gomito, non solo non si può prescindere dalla spalla, ma sarebbe importante valutare quantomeno anche eventuali debolezze a livello del tronco, per non dire degli arti inferiori. Così, in una tendinopatia del gomito, gli esercizi iniziano a spaziare, rendendo il lavoro ulteriormente vario ed interessante.

Inizialmente il consiglio è stato sospendere il PG (diminuzione del carico abituale) e sostituirlo con delle sedute al trave che abbiamo individuato assieme, tali per cui il suo dolore rimaneva leggero ed eventualmente si risolveva nell’arco di poche ore dopo l’allenamento (aumento della capacità di carico). In oltre, 3 volte a settimana doveva fare esercizi specifici di rinforzo dei muscoli estensori della mano (ancora aumento della capacità di carico), con manubrio da 9Kg (che corrispondeva al 70% del suo massimale). Ciò che ha sorpreso maggiormente Davide, titubante davanti a un manubrio così pesante con da usare con il gomito dolente, era come subito l’esercizio avesse l’effetto di diminuire il dolore. Per non dire che quegli stessi 9kg non erano altrettanto faticosi per il braccio sinistro. “Allora è davvero più debole il destro!” era stato il suo commento.

In una tendinopatia, lo scopo di un esercizio ad alta intensità (per alta intensità si intende generalmente più del 70% del massimale) è dare una stimolazione al tendine, tale da indurre una reazione di adattamento. Questo non influenza realmente la porzione tendinea sofferente, che sembra essere in certi casi poco recuperabile, ma piuttosto rinforza la parte ancora sana del tendine, rendendolo pronto alle richieste cui lo sottoponiamo con la nostra attività sportiva. Avete capito bene! In una tendinopatia carichiamo il tendine e soprattutto lo facciamo in maniera seria. Il dosaggio è un ingrediente fondamentale per il recupero. Per darvi un’idea di cosa sia il 70-80% del vostro massimale potete provate a individuare il carico, per quello specifico esercizio, che vi permetterà di fare 7-8 movimenti, senza che possiate concludere la nona ripetizione.

Nella riabilitazione di un problema muscolo-scheletrico, è fondamentale valutare tutti i distretti che coadiuvino l’azione della struttura sofferente. Parlando di gomito, non solo non si può prescindere dalla spalla, ma sarebbe importante valutare quantomeno anche eventuali debolezze a livello del tronco, per non dire degli arti inferiori. Così, in una tendinopatia del gomito, gli esercizi iniziano a spaziare, rendendo il lavoro ulteriormente vario ed interessante. In una fase leggermente più avanzata della riabilitazione si possono ad esempio includere esercizi per tricipite, bicipite e rotatori della spalla. La storia di Davide è un perfetto esempio di come non esistano esercizi sbagliati. Ciò che spesso sbagliamo invece è la programmazione del carico di allenamento. La calibrazione dello stimolo tissutale che diamo con l’allenamento è fondamentale per renderci più forti. Per evitare l’infortunio e ottimizzare l’allenamento dobbiamo avvicinarci il più possibile al nostro limite di tolleranza al carico, senza superarlo.

Il Dott. Fabrizio Valleriani riceve su appuntamento. Per fissare una prima visita gratuita chiama il numero 3283538810

 

 

 

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